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Perché Anthony Bourdain (ci) mancherà tanto

Quando ho letto per la prima volta un libro di Anthony Bourdain era il 2011. Si trattava di Kitchen Confidential e – da allora – non ho più smesso di divorare i suoi scritti. Bourdain è diventato famoso perché ha raccontato ciò che avveniva (e avviene tutt’ora) nelle cucine dei grandi chef stellati e non, includendo – nelle sue carrellate apocalittiche – le sue ottime raccomandazioni. Tra queste il pesce da non prendere il lunedì, perché non è fresco, attenti alle salse, perché nascondono il vero sapori dei cibi (e spesso si tratta di cibi che iniziano a marcire, altrimenti perché li copri con una salsa?), le proposte del giorno da respingere al mittente, perché si tratta di prodotti non freschi, ecc.
Ma più che per i suoi consigli ho amato Bourdain perché sapeva mettere su carta ciò che ho sempre pensato e divulgato attraverso questo blog: il cibo ha il potere di raccontare storie di persone e popoli, di entrare nel vivo di una cultura, di studiarla, comprenderla e raccontarla. Quando ho letto dei suoi viaggi e delle sue esperienze in giro per i continenti, ho capito che stava raccontando quello che avrei sempre voluto raccontare io: il mondo attraverso il cibo.

I suoi documentari – raccolti in trasmissioni come “No Reservations” – erano dei concentrati appassionanti e vividi dei suoi princìpi chiave alla base dei suoi libri. La sigla era per me motivo di ammirazione con un pizzico di invidia: “I write, I travel, I eat…I’m hungry for more!”. E chi non vorrebbe fare lo stesso e poter dire le stesse cose?
E tutto questo rende ancora più assurdo il suo suicidio.

In più occasioni – negli anni scorsi – ho avuto la tentazione di lasciar perdere il progetto del mio blog di cucina, un po’ per mancanza di nuovi stimoli, un po’ per mancanza di tempo. E in tutte quelle occasioni ho cambiato idea dopo aver letto un libro di Anthony Bourdain o dopo aver visto una sua puntata, in cui riusciva a comunicare le bellezze del mondo semplicemente mangiando un cibo nuovo o raccontandolo.

Anthony Bourdain ci mancherà tanto, perché era in grado di mettersi a nudo di fronte al mondo, senza maschere, né fronzoli, visitava gli angoli più remoti dei continenti e gustava il cibo senza pregiudizi, assaggiava prodotti sconosciuti con gli occhi di un bambino, imparava storie di uomini e popoli attraverso le loro esperienze culinarie. E senza preconcetti, né atteggiamenti da radical chic da strapazzo. Era uno dei pochi chef di fama internazionale ad aver dato un calcio all’arroganza ponendosi con umiltà di fronte ai suoi interlocutori. Non a caso, raccontava spesso di aver imparato grandi lezioni di vita quando faceva il lavapiatti.

Era sempre all’ascolto delle bellezze del mondo, sempre pronto a cogliere il meglio di ogni cosa. E qualcuno che sappia ascoltare in modo autentico – in un mondo di ciarlatani autoreferenziali – ci mancherà davvero tanto

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